Paura di volare
Realtà virtuale e paura di volare: cosa fa il visore, e cosa non fa
Non puoi fare venti decolli per prenderci la mano, e non puoi scendere a metà. Da qui nasce tutto il resto.
L'esposizione graduale è l'intervento con più supporto in letteratura sulle paure specifiche: ci si avvicina alla situazione temuta per gradi, restandoci finché l'allarme scende invece di scappare quando sale. Funziona perché il cervello registra un'informazione nuova, cioè che quella situazione si può reggere.
Con l'aereo c'è un problema pratico enorme: non puoi fare venti decolli per prenderci la mano, e non puoi scendere a metà. La realtà virtuale serve esattamente a questo, e a niente altro.
Cosa fa un visore, in concreto
Ricrea le fasi del volo in modo che tu possa attraversarle una alla volta: l'arrivo in aeroporto e il check-in, la fila all'imbarco e il portellone, il posto occupato con i portelloni chiusi, il decollo, i rumori della crociera, l'atterraggio. Ogni fase si ripete quante volte serve, insieme a un professionista, e si sale alla successiva quando l'ansia a fine esercizio è scesa.
La differenza con il volo vero è una sola, ed è quella che rende possibile tutto il resto: puoi interrompere. All'inizio quella possibilità non è una scorciatoia, è la condizione che ti fa restare abbastanza a lungo perché l'allarme scenda da solo.
Perché il corpo ci casca
La domanda che fanno tutti è come possa funzionare, visto che sai benissimo di essere in una stanza. La risposta è che la parte di te che genera l'allarme non fa quel ragionamento. Reagisce a quello che vede e sente, e reagisce prima. È lo stesso motivo per cui a un film ti viene il batticuore pur sapendo che è finto.
Ed è il rovescio esatto del problema di partenza: sapere che l'aereo è sicuro non ti calma, perché quella parte lì non ascolta le informazioni. Ma proprio perché non le ascolta, si può allenare con l'esperienza.
Cosa non fa
- Non sostituisce il volo vero. Lo prepara. Il punto di arrivo resta salire su un aereo.
- Non serve a recuperare ricordi né a capire da dove viene la paura. Serve ad abituare il corpo a una situazione, un pezzo alla volta.
- Non è una cura da solo. Senza qualcuno che decide quando si sale di gradino e cosa si guarda, è un videogioco. La parte che cura è il criterio, non l'apparecchio.
- Non funziona uguale per tutti. Chi teme di non poter uscire ci trova la risposta più diretta; chi teme la propria reazione fisica ha bisogno di lavorare anche su quella.
Le domande pratiche
Dà la nausea?
A qualcuno sì, ed è una possibilità concreta con cui bisogna fare i conti: si chiama cinetosi da realtà virtuale e dipende dallo scarto tra quello che gli occhi vedono e quello che l'orecchio interno sente. Si gestisce accorciando le sessioni e cambiando la fase su cui si lavora, ma in qualche caso obbliga a rivedere il piano. È una cosa che ci è capitata.
Serve essere pratici di tecnologia?
No. Il visore arriva a casa già predisposto e la configurazione è una cosa da dieci minuti, una volta sola, con una pagina che ti guida.
Si usa da soli?
Le sedute si fanno insieme alla psicoterapeuta. Fra una seduta e l'altra vengono assegnati esercizi da fare per conto proprio, con un gradino preciso e un numero di ripetizioni, e quello che succede si annota. Ripetere a caso non fa danni, ma non fa nemmeno progressi.
Domande frequenti
La realtà virtuale funziona per la paura di volare?
È il modo pratico di fare esposizione graduale su una situazione che nella vita reale non si può ripetere a piccole dosi. Permette di attraversare le singole fasi del volo quante volte serve, potendo interrompere, finché l'allarme smette di attivarsi. Non sostituisce il volo vero: lo prepara.
Come può funzionare se so di essere in una stanza?
Perché la parte di te che genera l'allarme non fa quel ragionamento: reagisce a quello che vede e sente, e reagisce prima del pensiero. È lo stesso motivo per cui a un film ti viene il batticuore pur sapendo che è finto.
Il visore per la paura di volare dà la nausea?
A qualcuno sì. Si chiama cinetosi da realtà virtuale e dipende dallo scarto tra quello che vedono gli occhi e quello che sente l'orecchio interno. Di solito si gestisce con sessioni più corte e cambiando la fase su cui si lavora, ma in qualche caso obbliga a rivedere il piano.
Si può usare il visore da soli, senza un professionista?
Gli esercizi tra una seduta e l'altra si fanno da soli, ma con un gradino assegnato e un numero di ripetizioni. Senza qualcuno che decide quando si sale di livello e cosa si guarda, il visore è un videogioco: la parte che cura è il criterio, non l'apparecchio.
Che tipo di paura hai davvero?
Due minuti di domande. Alla fine sai su quale dei tre meccanismi si regge la tua, e se il nostro percorso ha senso per il tuo caso.
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