Paura di volare
Voli già, ma ogni volta ti costa una settimana
Non è vero che chi vola sta meglio di chi ha smesso. Ha solo un problema che non si vede da fuori.
C'è un gruppo di persone che leggendo «paura di volare» pensa che non sia il proprio caso. Volano. Due, cinque, dieci volte l'anno. Salgono, arrivano, tornano. Sulla carta funziona.
Poi si guarda cosa c'è attorno a quei voli. La notte prima passata sveglia. La pastiglia presa in bagno prima dell'imbarco. La settimana precedente con il pensiero fisso. L'arrivo a destinazione già consumati. E il viaggio di ritorno che comincia a pesare il giorno dell'andata.
Questo non è volare. È obbligarsi a volare. Ed è una condizione diversa da quella di chi ha smesso, perché non si vede da fuori e quindi nessuno la chiama con il suo nome.
Perché chi si obbliga non cerca aiuto
Chi ha smesso di volare ha un problema evidente: c'è un aereo che non prende. Chi si obbliga ha invece una prova quotidiana che va tutto bene, cioè il biglietto usato. Quella prova è il motivo per cui rimanda per anni.
Il secondo motivo è il modo in cui il problema viene raccontato in giro. Se tutti i messaggi dicono «torna a volare», una persona che vola già non si riconosce e passa oltre. Non perché stia bene, ma perché la frase non parla di lei.
La domanda utile non è quanti voli fai. È quanti ne hai fatti sereno, e quanti obbligandoti.
Il problema di misurarsi con una scala
Le scale da 1 a 10 funzionano bene con chi è a terra: si parte da un numero basso e ogni punto guadagnato è un pezzo di vita che torna. Con chi si obbliga funzionano male, e il motivo è semplice: molti si danno un punteggio di mezzo proprio perché continuano a volare, e da quel punteggio guadagnare due punti sembra un premio piccolo.
Per questo profilo la misura giusta non è quanta paura hai. È in che modo sali. Le domande che contano sono altre:
- hai bisogno di qualcosa prima di salire, e da quanti anni;
- quante notti perdi per ogni volo;
- quanto tempo prima comincia il pensiero;
- hai mai volato da solo, o serve sempre qualcuno;
- rifiuti le tratte lunghe, gli scali, certe compagnie.
Le risposte a queste domande descrivono una condizione che non si vede in nessun punteggio, e che non migliora con il tempo: di solito si consolida, perché ogni volo superato con le solite protezioni insegna al cervello che quelle protezioni sono state necessarie.
Cosa mantiene la cosa in piedi
Il meccanismo si chiama comportamento di sicurezza. È tutto ciò che fai per rendere il volo tollerabile: la pastiglia, il posto sul corridoio, le cuffie, il controllo del meteo, la compagnia scelta per il wifi a bordo, la persona accanto, il sonnifero.
Ognuna di queste cose abbassa l'ansia adesso. E ognuna, nello stesso momento, conferma al cervello che il volo era davvero un pericolo, perché serviva una protezione. È per questo che dopo dieci anni di gocce, senza gocce non si vola ancora.
Non è una questione di volontà. È che il cervello non ha mai avuto modo di raccogliere l'informazione opposta, cioè che si può stare lì dentro senza protezioni e non succede niente.
Che risultato ha senso volere
Non «non sentire più niente»: nessuno lo promette e chi lo promette sta vendendo. Il risultato che ha senso, per chi vola già, è un cambio di modalità.
- il volo prenotato senza rimandare la decisione di settimane;
- la notte prima dormita;
- salire senza dover prendere qualcosa;
- il viaggio di ritorno che non occupa la vacanza;
- la tratta lunga che smette di essere esclusa in partenza.
Su questi obiettivi si può lavorare a dosi, ed è esattamente quello che serve: non un giorno di coraggio, ma molte esposizioni piccole in cui le protezioni vengono tolte una alla volta, con qualcuno che decide con te quale e quando.
Domande frequenti
Se volo, posso dire di avere paura di volare?
Sì, e clinicamente è una condizione frequente. Molte persone con una paura importante volano regolarmente: lo fanno usando farmaci, rituali o la presenza di qualcuno. Il fatto di salire non dice nulla su quanto costa salire.
Il percorso serve anche a chi vola già?
È uno dei due profili con cui lavoriamo di più. Il lavoro cambia obiettivo: non si tratta di tornare a prendere un aereo, ma di togliere una alla volta le protezioni che rendono il volo tollerabile, e di accorciare la fase di anticipazione.
Devo smettere di prendere i farmaci?
Non da solo e non subito. Qualsiasi cosa sia stata prescritta si tocca solo con chi l'ha prescritta. Nel percorso si lavora perché diventino non necessari, e la decisione resta una questione medica.
Quanto dura il percorso?
Tre mesi, dodici sedute individuali online, con il visore per l'esposizione graduale a casa e il supporto nei giorni intorno al volo. La cifra la vediamo insieme in chiamata, dopo aver capito se il percorso ha senso per il tuo caso.
Che tipo di paura hai davvero?
Due minuti di domande. Alla fine sai su quale dei tre meccanismi si regge la tua, e se il nostro percorso ha senso per il tuo caso.
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