Paura di volare
Ho avuto un attacco di panico in aereo. Come si torna a volare
Un episodio divide in due la storia: prima si volava con fastidio, dopo l'aereo diventa il posto dove è successo.
Un attacco di panico in volo è un'esperienza che divide in due la storia di chi lo vive. Prima si volava con fastidio o con ansia. Dopo, l'aereo diventa il posto dove è successo.
Nelle chiamate che facciamo è uno dei racconti più frequenti, e ha quasi sempre la stessa forma: un volo come tanti, un elemento imprevisto, una turbolenza forte o un annuncio del comandante, e poi la reazione del corpo che prende il sopravvento. Molti dicono la stessa frase: se scendo vivo, non salgo più.
Perché dopo quell'episodio smettere sembra la soluzione
Perché funziona, nell'immediato. Non salire toglie l'ansia. Il problema è cosa lascia indietro.
Quando si evita una situazione, il cervello non impara che era sopportabile: impara che l'evitamento è ciò che ci ha salvati. La volta dopo la spinta a evitare è più forte, non più debole. È il motivo per cui una paura nata in un pomeriggio può crescere per vent'anni senza che accada mai nient'altro.
La paura ti fa stare male, e poi cominci ad avere paura di stare male. Da quel momento non è più l'aereo il problema.
La differenza fra paura dell'aereo e paura della propria reazione
Chi ha avuto un attacco di panico a bordo di solito non teme l'incidente. Teme che torni quello stato: il battito, il fiato corto, la sensazione di non avere via d'uscita, e il farlo davanti a duecento persone senza poter scendere.
È una distinzione che cambia tutto il lavoro da fare. Se la paura fosse dell'aereo, le statistiche sulla sicurezza aerea basterebbero. Contro la paura della propria reazione non servono: il punto non è quanto è sicuro il mezzo, è quanto ti fidi di riuscire a stare dentro quella sensazione senza che diventi catastrofica.
Perché non basta riprovare
Il consiglio più comune è esporsi: prendi un altro volo. A volte funziona. Spesso, dopo un attacco di panico, peggiora, e nelle nostre chiamate lo abbiamo sentito raccontare più di una volta: più voli fatti stringendo i denti, e ogni volta un po' peggio.
Il motivo è il dosaggio. L'esposizione funziona quando è graduale e accompagnata. Un volo non è graduale: una volta chiuso il portellone non c'è modo di fare dieci minuti e fermarsi. Chi ha risolto la claustrofobia dell'ascensore lo ha fatto a piccole dosi. Con l'aereo quella possibilità, da soli, non esiste.
Come si ricostruisce la fiducia, in concreto
Servono tre cose insieme.
Dosi
Rifare le fasi del volo in un ambiente da cui puoi uscire quando vuoi, partendo da quella che ti muove poco. È quello che permette il visore per la realtà virtuale: l'attesa, l'imbarco, il portellone, il decollo, la turbolenza, ognuna separata dalle altre e ripetibile.
Il lavoro sulla reazione
Imparare cosa succede nel corpo durante un attacco, riconoscerne l'inizio e sapere cosa fare mentre accade, invece di combatterlo. È la parte che si fa nelle sedute.
Qualcuno raggiungibile nei giorni che contano
I giorni prima di un volo sono il momento in cui la decisione si può rompere. Avere la propria terapeuta raggiungibile in quei giorni è la differenza fra partire e disdire.
Domande frequenti
Se ho avuto un attacco di panico in aereo, tornerà ogni volta che volo?
Non è automatico. Quello che tende a mantenerlo è la combinazione fra evitamento e protezioni: più si evita, più la reazione resta pronta. Il lavoro serve a interrompere quel circolo, non a garantire che non si senta più niente.
Posso volare accompagnato nel frattempo?
Sì, ma è utile sapere che la persona accanto è una protezione come le altre: rende il volo possibile oggi e rimanda il momento in cui il cervello raccoglie l'informazione che ce la fai. Nel percorso si decide insieme quando toglierla.
Servono i farmaci?
È una valutazione medica e non la facciamo noi. Quello che vediamo è che il farmaco porta a destinazione ma non sposta la paura: chi vola con le gocce da dieci anni, senza gocce ancora non vola.
In quanto tempo si vede un cambiamento?
Il percorso dura tre mesi con una misurazione ogni mese, sempre con lo stesso test. Se dopo il primo mese il numero non si muove, si cambia impostazione: è previsto, e lo vedi anche tu.
Che tipo di paura hai davvero?
Due minuti di domande. Alla fine sai su quale dei tre meccanismi si regge la tua, e se il nostro percorso ha senso per il tuo caso.
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