Costi e tempi
Dodici ore di nave invece di novanta minuti: il conto dei surrogati
Quasi nessuno dice «non vado». Si prende la nave, il treno, la macchina, e il perimetro si stringe un anno alla volta.
Quasi nessuno, con la paura di volare, dice semplicemente «non vado». Si compra un’alternativa. E l’alternativa costa più del volo, in tempo, in soldi e in energia.
Nelle chiamate che facciamo il catalogo è sempre lo stesso: dodici ore di nave invece di novanta minuti di volo, ventiquattro ore di treno, quarantotto di autobus, migliaia di chilometri in macchina per raggiungere un posto che era a due ore di aereo, uno scalo aggiunto di proposito per spezzare la tratta.
Visto da fuori sembra una scelta di viaggio. Visto da dentro è una rinuncia travestita.
Perché il surrogato è più difficile da smettere della rinuncia
Perché non fa male abbastanza. Se non partissi affatto, il problema sarebbe evidente e prima o poi lo affronteresti. Ma il treno ti porta a destinazione, la macchina anche, la nave anche. Il viaggio si fa, e la paura non presenta mai un conto che si possa leggere tutto insieme.
Così può passare un decennio. E nel frattempo il perimetro si stringe, perché il surrogato funziona solo entro certe distanze. L’Europa in macchina si fa. L’America no. E i posti fuori portata non vengono vissuti come rinunce: semplicemente smettono di comparire nelle possibilità.
Quando hai paura da abbastanza tempo, smetti anche di chiamarla rinuncia.
Il conto che nessuno fa
Vale la pena metterlo su un foglio, perché è l’unico numero che rende la cosa reale.
- Ore. Per ogni tratta sostituita, la differenza fra il tempo del volo e il tempo del surrogato. Dodici ore di nave contro novanta minuti fanno dieci ore e mezza, per ogni direzione.
- Euro. Il costo del treno o della nave, spesso più alto del volo, più i pernottamenti aggiunti, più i biglietti comprati all’ultimo.
- Giorni. Quelli spesi a viaggiare invece che a stare dove eri andato, e quelli di permesso usati per il tempo in più.
- Occasioni. I viaggi non fatti, le trasferte girate a un collega, gli inviti declinati.
C’è poi una voce che non si mette a bilancio e che pesa quanto le altre: la fatica di tenerlo nascosto. Inventare una ragione, organizzare il giro lungo, gestire le domande. Chi lo fa da anni sa quanto lavoro sia.
Il surrogato più costoso è quello che protegge l’immagine
C’è una versione di tutto questo che riguarda il lavoro, e ha un prezzo diverso. Prendere la nave e pagarla di tasca propria, per non far risultare la spesa in azienda. Non chiedere il rimborso di una trasferta perché il rimborso rivelerebbe il mezzo scelto. Mandare un collega e dire che si era pieni.
È il caso in cui la paura di volare non costa un viaggio: costa la posizione in cui si sta. E chi la vive non la racconta a nessuno, quindi non la affronta.
Cosa cambia quando si lavora sulla cosa
Il risultato utile non è «amare l’aereo». È che il volo torni a essere un mezzo fra gli altri: una cosa che si prenota e si fa, senza che il modo di raggiungere un posto diventi il criterio con cui si decide se andarci.
Da lì cambia il perimetro, e cambia per i decenni successivi, non per il prossimo viaggio.
Domande frequenti
Fare il conto delle ore e dei soldi serve davvero a qualcosa?
Serve a rendere visibile un costo che si paga a rate. Non è una leva motivazionale: è un'informazione che quasi nessuno ha, perché la spesa è distribuita su anni e su voci diverse.
E se non ho nessun volo prenotato?
È la situazione più comune, e anche la più scivolosa: senza una data la decisione non ha una fine. In quel caso si sceglie insieme una destinazione raggiungibile e si costruisce il percorso attorno a quella.
Quanto costa il percorso?
1.500 euro per tre mesi: dodici sedute individuali online, il visore per l'esposizione graduale spedito a casa e il supporto nei giorni intorno al volo. Un prezzo solo, senza offerte a scadenza.
Che tipo di paura hai davvero?
Due minuti di domande. Alla fine sai su quale dei tre meccanismi si regge la tua, e se il nostro percorso ha senso per il tuo caso.
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