Costi e tempi

Dodici ore di nave invece di novanta minuti: il conto dei surrogati

Quasi nessuno dice «non vado». Si prende la nave, il treno, la macchina, e il perimetro si stringe un anno alla volta.

Lettura di 3 minuti · Aggiornato il 12 Settembre 2026 · Tutti gli articoli

Quasi nessuno, con la paura di volare, dice semplicemente «non vado». Si compra un’alternativa. E l’alternativa costa più del volo, in tempo, in soldi e in energia.

Nelle chiamate che facciamo il catalogo è sempre lo stesso: dodici ore di nave invece di novanta minuti di volo, ventiquattro ore di treno, quarantotto di autobus, migliaia di chilometri in macchina per raggiungere un posto che era a due ore di aereo, uno scalo aggiunto di proposito per spezzare la tratta.

Visto da fuori sembra una scelta di viaggio. Visto da dentro è una rinuncia travestita.

Perché il surrogato è più difficile da smettere della rinuncia

Perché non fa male abbastanza. Se non partissi affatto, il problema sarebbe evidente e prima o poi lo affronteresti. Ma il treno ti porta a destinazione, la macchina anche, la nave anche. Il viaggio si fa, e la paura non presenta mai un conto che si possa leggere tutto insieme.

Così può passare un decennio. E nel frattempo il perimetro si stringe, perché il surrogato funziona solo entro certe distanze. L’Europa in macchina si fa. L’America no. E i posti fuori portata non vengono vissuti come rinunce: semplicemente smettono di comparire nelle possibilità.

Quando hai paura da abbastanza tempo, smetti anche di chiamarla rinuncia.

Il conto che nessuno fa

Vale la pena metterlo su un foglio, perché è l’unico numero che rende la cosa reale.

C’è poi una voce che non si mette a bilancio e che pesa quanto le altre: la fatica di tenerlo nascosto. Inventare una ragione, organizzare il giro lungo, gestire le domande. Chi lo fa da anni sa quanto lavoro sia.

Il surrogato più costoso è quello che protegge l’immagine

C’è una versione di tutto questo che riguarda il lavoro, e ha un prezzo diverso. Prendere la nave e pagarla di tasca propria, per non far risultare la spesa in azienda. Non chiedere il rimborso di una trasferta perché il rimborso rivelerebbe il mezzo scelto. Mandare un collega e dire che si era pieni.

È il caso in cui la paura di volare non costa un viaggio: costa la posizione in cui si sta. E chi la vive non la racconta a nessuno, quindi non la affronta.

Cosa cambia quando si lavora sulla cosa

Il risultato utile non è «amare l’aereo». È che il volo torni a essere un mezzo fra gli altri: una cosa che si prenota e si fa, senza che il modo di raggiungere un posto diventi il criterio con cui si decide se andarci.

Da lì cambia il perimetro, e cambia per i decenni successivi, non per il prossimo viaggio.

Se vuoi un numero da cui partire: conta quante ore in più hai viaggiato negli ultimi due anni per non salire su un aereo. È la cifra con cui confrontare qualsiasi percorso, compreso il nostro, che costa 1.500 euro.

Domande frequenti

Fare il conto delle ore e dei soldi serve davvero a qualcosa?

Serve a rendere visibile un costo che si paga a rate. Non è una leva motivazionale: è un'informazione che quasi nessuno ha, perché la spesa è distribuita su anni e su voci diverse.

E se non ho nessun volo prenotato?

È la situazione più comune, e anche la più scivolosa: senza una data la decisione non ha una fine. In quel caso si sceglie insieme una destinazione raggiungibile e si costruisce il percorso attorno a quella.

Quanto costa il percorso?

1.500 euro per tre mesi: dodici sedute individuali online, il visore per l'esposizione graduale spedito a casa e il supporto nei giorni intorno al volo. Un prezzo solo, senza offerte a scadenza.

Che tipo di paura hai davvero?

Due minuti di domande. Alla fine sai su quale dei tre meccanismi si regge la tua, e se il nostro percorso ha senso per il tuo caso.

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